LA COLONNA VERTEBRALE: ANATOMIA E FISIOLOGIA DELL’ ASSE PORTANTE DEL NOSTRO ESSERE E PATOLOGIA DEGENERATIVA DEL RACHIDE LOMBARE.

images3Oggigiorno il cossi detto “MAL Di SCHIENA” rappresenta una vera e propria piaga sociale. Non a caso rappresenta la prima causa di assenteismo sul lavoro e si stima che circa il 70-90% delle persone avrà almeno un episodio di mal di schiena durante la vita. Prima di parlare degli aspetti patologici è bene dare alcune semplici nozioni di anatomia e fisiologia.

La colonna vertebrale è formata da 33-34 segmenti ossei: le vertebre.

Ogni vertebra è costituita da una porzione anteriore: corpo e, una porzione posteriore: l’arco. Le 2 porzioni sono unite dai peduncoli.

Nel suo insieme la colonna viene suddivisa in più tratti:

  • Cervicale: comprende le prime 7 vertebre (da C1 a C7). I segmenti ossei di questo tratto hanno il corpo più piccolo rispetto alle altre porzioni, inoltre le prime 2 vertebre hanno struttura anatomica particolare. La prima vertebra, detta ATLANTE, come colui che reggeva il mondo, si articola con il cranio.
  • Toracico: è formato da 12 vertebre (da T1 a T12). Le prime 10 si articolano con le coste e queste a loro volta con lo sterno per costituire la gabbia toracica. Le ultime 2 si articolano con le coste false, ossia con le coste che anteriormente non si chiudono con lo sterno.
  • Lombare: è costituito da 5 vertebre (da L1 a L5). Queste hanno il corpo più voluminoso rispetto alle vertebre delle altre porzioni.
  • Sacrale: è rappresentato dall’osso sacro. Costituito da più vertebre fuse insieme, appare di forma triangolare con apice verso il basso.
  • Coccigeo: coincide con un ossicino di forma triangolare con apice verso il basso, che è dato dalla fusione di 4-5 vertebre.

Nel suo insieme la colonna costituisce l’asse portante del corpo umano e risponde a due requisiti meccanici: rigidità ed elasticità.

Nell’individuo presenta 4 curve:

  1. La curva cervicale a convessità anteriore.
  2. La curva dorsale a convessità posteriore.
  3. La curva lombare a convessità anteriore.
  4. La curva sacrale a convessità posteriore.

La presenza delle curve consente un aumento della resistenza ai carichi di circa 10 volte.

Le vertebre sono unite tra loro tramite articolazioni.

I corpi si articolano tra di loro tramite sinfisi, per interposizione di un disco fibro-cartilagineo (disco intervertebrale) costituito da 2 parti:

  • ANULUS FIBROSO (esterno)
  • NUCLEO POLPOSO (interno): costituito al 90% da acqua.

 

Posteriormente le vertebre superiori e inferiori si articolano tra loro per semplici artrodie, che consentono il movimento di scivolamento.

Anteriormente ai corpi vertebrali si trova il legamento longitudinale anteriore che si estende dal cranio fino al sacro. Posteriormente ai corpi vertebrali, all’interno del canale vertebrale si estende il legamento longitudinale posteriore.

Stabilità e mobilità sono assicurate dai muscoli propri della colonna che si dispongono in 2 strati: uno superficiale, l’altro profondo. La protezione muscolare maggiore si riscontra a livello lombare.

La sovrapposizione delle vertebre determina la formazione del canale vertebrale all’interno del quale si trova il midollo spinale. Da questo originano i nervi che consentono il movimento e in più vi giungono fibre nervose che trasportano informazioni sensitive al cervello. Il midollo è ricoperto dalle meningi e si estende nell’adulto fino a L1-L2, dopo di che origina la coda equina che coincide con un fascio di nervi e non con una struttura vera e propria del sistema nervoso.

imgLa colonna ha tre funzioni: statica, dinamica e neuroprotettiva.

  1. Statica perché le nostre vertebre ci consentono di avere la stazione eretta in condizioni di riposo.
  2. Dinamica perché consente il movimento sia grazie alla presenza di vertebre e legamenti, che con la loro azione meccanica passiva limitano l’ampiezza delle escursioni segmentali, sia grazie ai muscoli, che sono la parte attiva.
  3. Neuroprotettiva perché protegge il midollo spinale.

La colonna a seconda dei diversi segmenti, presenta determinate capacità di movimento o gradi di libertà che non possono essere superati altrimenti si incorre in un danno.

  • C0-C1-C2: servono per i movimenti di rotazione del capo.
  • C3-C4-C5-C6-C7: servono per la flessione ed estensione anteriore, laterale e posteriore degli arti superiori. Sono le vertebre più mobili.
  • Da T1 a T10: le vertebre sono immobili per l’articolazione con le coste che a loro volta si articolano con lo sterno.
  • T11-T12: sono mobili perché si articolano con le coste false o fluttuanti.
  • Da L1 a L5: sono mobili.
  • Vertebre sacrali e coccigee: sono immobili perché fuse.

Le vertebre cervicali sono molto più piccole e sottili rispetto alle vertebre lombari, perciò in caso di incidente sono le più colpite. In più trovandosi in una zona di passaggio tra un’area mobile ed una immobile esse saranno il punto di maggiore applicazione dell’energia cinetica sviluppata nell’urto. Di conseguenza il danno a questo livello sarà maggiore. Sappiamo inoltre, che più alta è la lesione a livello del midollo più grave sarà il danno. Un danno cervicale determina un quadro di tetraplegia, un danno lombare di paraplegia.

Un capitolo a parte nell’ eziopatogenesi del mal di schiena va dedicato alle patologie degenerative.

Per definizione le patologie degenerative della colonna vertebrale sono alterazioni delle vertebre, dei dischi e dei legamenti a seguito della loro usura o dei processi di invecchiamento.

Come per i traumi i segmenti più colpiti sono quelli mobili. Queste malattie però, si sviluppano indipendentemente dalla protezione muscolare. Questo spiega perché le vertebre più coinvolte sono quelle lombari, nonostante dal punto di vista muscolare siano le più rinforzate.

Le forme morbose più frequenti sono:

  1. Discopatia
  2. Ernie del disco
  3. Spondilosi

I fattori predisponenti possono essere: congeniti (sd di Marfan, morbo di Wilson…) o acquisiti (costituzionali, professionali, morbosi come la gotta o l’ipo-ed iperparatiroidismo).

  1. Discopatia:è un’affezione propria del disco per lo più determinata da un impoverimento della sua componente acquosa. Alla base di tale quadro può svilupparsi un’ernia discale. Nei soggetti giovani è più facile che si presenti direttamente un’ernia. Il tratto più colpito è sempre quello lombare, ma ciò non esclude la possibilità di una discopatia a un livello superiore. La sintomatologia cardine è data dalla lombalgia, ovvero il classico mal di schiena, non associato a dolore irradiato ad una delle due gambe. E’ Una sitomatologia che regredisce con il riposo fisico.

La medicina attuale come terapia propone: riposo, l’utilizzo di farmaci, riabilitazione posturale e se strettamente necessario offre una soluzione chirurgica che prevede la sostituzione del disco con una protesi. Le protesi però irrigidiscono la colonna vertebrale determinando una situazione di stress delle vertebre.

Una pratica yogica costante e mirata risolve il problema e impedisce l’aggravarsi del problema che può condurre ad una vera e propria instabilità vertebrale.

  1. Ernia del disco:tra queste patologie è sicuramente la più famosa. Può verificarsi in ogni tratto della colonna vertebrale, ma se avviene a livello del tratto lombare, oltre alla lombalgia si avrà quello che i medici chiamano “dolore radicolare”. Ovvero il dolore tende ad   irradiarsi in regioni specifiche di una delle due gambe a seconda della radice nervosa compressa dell’ernia.

I tratti lombari più colpiti dall’ernia sono: L3-L4, L4-L5, L5-S1.

Tra i fattori favorenti annoveriamo:

  • Quelli legati alla costituzione, come l’obesità.
  • Quelli legati alla professione: manovali, fattorini, autisti di mezzi pesanti che spesso riferiscono dolore quando staccano il piede dalla frizione…
  • Quelli determinati da una diminuzione dell’apporto di sangue a livello del disco (per es. a seguito di processi aterosclerotici dei vasi che lo irrorano), che a sua volta diventa meno ricco di acqua e meno elastico. Questo determina la formazione di spazi a livello dell’anulus fibroso, che riunendosi possono portarsi verso la periferia e determinare la fuoriuscita del nucleo polposo.
  • Familiarità.
  • Squilibri posturali.

 

Quando si sviluppa un’ernia del disco accade che il nucleo polposo del disco intervertebrale ernia posteriormente e protude nel canale vertebrale. Questo avviene perché, l’anulus fibroso che non trattiene più il nucleo polposo determinando la sua erniazione. In questo modo l’ernia può urtare contro le radici di un nervo all’interno del sacco durale determinando:

  • LOMBOCRURALGIA, dolore lombare irradiato dall’inguine alla va verso l’inguine alla parte interna del ginocchio se l’ernia del disco è in L3-L4
  • LOMBOSCIATALGIA, dolore che scende postero-lateralmente o solo posteriormente fino al piede se l’ernia del disco è in L4-L5 o L5-S1. .

In genere, l’insorgere dell’ernia è improvviso, accompagnato da dolore acuto, ben localizzato. Nelle ore seguenti il dolore aumenta finché non diventa continuo. Questo avviene perché i legamenti e i tessuti lesionati dalla protusione si congestionano di sangue con richiamo dei mediatori dell’infiammazione. In più i muscoli della zona interessata si contraggono per prevenire movimenti dolorosi.

Molto spesso l’ernia può andare incontro, anche a scomparsa spontanea, in quanto il frammento erniato subisce un processo di essiccazione oppure di fagocitosi, ossia di eliminazione ad opera del sistema immunitario.

Esiste una terapia conservativa e una terapia chirurgica. La prima è impiegata nella fase iniziale della malattia. Si ricorre all’ utilizzo di una fascia elastica che dà sollievo, ma non ha prospettive curative, al riposo, al busto ortopedico, si somministrano antinfiammatori e analgesici, si propone una fisio-kinesi terapia. Al trattamento chirurgico si ricorre solo quando sono presenti gravi deficit neurologici (es. sindrome della coda equina o deficit importanti di forza agli arti inferiori) oppure quando il trattamento conservativo protratto per almeno 4-6 settimane non ha alleviato la sintomatologia.

La pratica dello yoga facilita ed accelera i processi di guarigione permettendo di evitare l’intervento chirurgico e le sue complicanze, ovviamente è necessaria la guida di un istruttore competente. Le ricadute, frequenti in chi soffre di tali patologie, sono prevenute con una pratica regolare e crescente.

 

  1. Spondilosi:o meglio spondilodiscoartrosi. Meno frequente rispetto all’ernia del disco interessa principalmente i soggetti tra i 50 e i 70 anni.

 

Per capire meglio di cosa si parla si deve definire il concetto di artrosi:

“E’ un’artropatia cronica a carattere evolutivo che comporta una regressione delle strutture che compongono l’articolazione. Elemento caratteristico è la produzione di osteofiti, ossia cercini ossei che si dispongono ai margini delle articolazioni.”

 

La spondilodiscoartrosi quindi, è un processo degenerativo della componente ossea e discale della colonna vertebrale con produzione di osteofiti che determinano un restringimento (stenosi) del canale vertebrale. Può colpire a qualunque livello della colonna. Se ad essere interessata è la porzione lombare si avrà dolore lombare irradiato ai glutei ed ad entrambe le gambe. Il sintomo caratteristico è la claudicatio neurogena che consiste nella presenza di dolore e formicolii a schiena e gambe che tende a diminuire fermandosi.

Se gli osteofiti comprimono le radici nervose, si avrà allora una sintomatologia analoga a quella dell’ernia del disco con lombocruralgia o lombosciatalgia a seconda del segmento coinvolto.

 

In ogni caso la pratica dello yoga si rivela particolarmente utile, sia sul piano della prevenzione, sia dal punto di vista terapeutico.  Lo yoga rigenera i tessuti lesi ripristinando la normale fisiologia del rachide, se insegnato secondo i canoni originali come trasmesso dagli antichi testi e maestri. Altrimenti diventa una disciplina che invece di migliorare la nostra salute, rischia di causare seri danni. Per questo è sempre bene affidarsi a qualcuno competente piuttosto che al primo corso di yoga che si incontra.

Dott.ssa Hambra Di Vitantonio